Se la scrittura è utilizzabile come ponte tra paziente e terapeuta, c’è anche il pericolo che diventi un rifugio sicuro, una nicchia in cui appiattirsi per non “rischiare” il contatto reale – fatto di parole pronunciate, sguardi che si toccano, azioni dirette – con l’Altro

(Scrivere l’indicibile, Giuseppe Sampognaro, 2008, FrancoAngeli).