L’atto di scrivere è una coreografia di parole che vengono fermate come ricordo sulla carta bianca che ne fa da sfondo. Le parole sono il pellegrinaggio dal dentro al fuori della verità che teniamo intima, affinché la loro completezza si formi nel nostro bene che ci colma. Il male crea il vuoto ed il niente è il male. Scrivere ci aiuta a comprendere che le nostre idee sono il passaggio dalla spersonalizzazione all’urgenza di vita come il canto dell’uccello è un volo voluttuoso dal tracciato leggero. È una relazione intima fra me e me che si approccia all’altro. È il desiderio di farsi capire sperando che l’altro comprenda quanto sia difficile il farlo. Quando due corpi si distendono fianco a fianco dialogano con l’istinto della sicurezza e dell’abbandono e non hanno bisogno di dirsi nulla come l’amore morboso che unisce la notte alla terra. Le parole sono il canto del silenzio che vortica sopra le vite e che, tumultuano fino alla dimensione del riposo che le acquieta, le riporta nel vento della memoria. Le parole sono un regno, innocente universo di alfabeti che conquistano il mondo ma che possono distruggerlo con la lama dell’ironia, dell’iracondia, della sagacia, della perfidia. Le parole sono gioco costante al quale l’uomo si avvicina appena sveglio per non smettere che alla fine dello spazio vuoto che lo distanzia dalla fine, una concessione di tregua per chi ha bisogno di sonno. Sono una necessità di una promessa che rimbalza da specchio a specchio per ricordarti chi sei e che si vive nonostante la vita e che siamo più testardi della morte. Il lessico dell’anima si muove nelle parole come, negli aurei gesti, la luce. Le parole necessarie non fanno rumore finché non verranno udite dalle orecchie che hanno spazio per accoglierle e per riportarle dentro. Le parole sono il passaggio da un’anima ad un’altra che non si disperdono nel vento come il polline degli ultimi fiori.

A cura di Paolo Fanna di Venezia