Correre per raggiungere al più presto la meta

perdendo, come si dice, il valore del viaggio.

Correre cercando di anticipare l’altro

scambiando la furbizia per virtù.

Correre non perdonando, anzi

evidenziando lo sbaglio altrui con squilli di tromba

che nulla hanno di cavalleresco.

Correre addosso all’altro

senza rispettarne capacità e sensibilità.

Correre e correre ancora con tutto il mondo fuori

colpevole a prescindere perché ostacola

e non comprende la tua fretta d’arrivare.

Correre con una rabbia che a volte esplode

per una scusa che non c’è.

Avanzi in quella strada

scambiando il lampeggiare che ti avvisa di un pericolo

per una pretestuosa sfida.

A volte però giunge l’inevitabile,

un piccolo graffio, una lunga cicatrice.

Diventi quello fermo

con tutto il resto fuori

che continua ad andare.

Ora la loro fretta è la tua vecchia cecità.

Ora quel mezzo

sarebbe un buon modo per condividere un viaggio.

Ma ormai chi prende più

la corriera.

C’è chi dice

che non sale nel bus perché teme quello stare insieme

agli altri.

C’è chi dice

che non ha nessun timore di viaggiare da solo.

C’è chi dice che ha smesso di partire.